Lost in transplantation: la misurazione dello stato di diritto in Afghanistan
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Papa Massimo
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Quando il conflitto armato, per le sue caratteristiche di durata, intensità, natura dei soggetti coinvolti, riesce a distruggere non solo vite umane e cose ma anche le strutture dello Stato, si pone tra gli altri il problema della cd ricostruzione dell’ordinamento giuridico, tanto più evidente quando nel conflitto siano intervenuti, nell’ambiguo ruolo di ‘esportatori di democrazia’, paesi terzi. È questo il caso dell’Afghanistan, paese nel quale l’intervento internazionale si è prima declinato nelle forme della guerra al terrorismo, poi in quelle del peace-keeping e infine in quelle di sostenitori della ricostruzione, a tutti i livelli, del Paese; quest’ultima fase è stata colta come un’occasione per esportare (o imporre) modelli ritenuti più consoni allo sviluppo di uno stato moderno, operazione in sé non necessariamente dannosa o pericolosa, ma che lo diviene quando condotta senza alcun riguardo per la tradizione giuridica pre-esistente, liquidata frettolosamente come pre-moderna, arcaica, inidonea a garantire il rispetto di principi inderogabili quali la tutela dei diritti umani fondamentali, l’edificazione dello Stato di diritto, la sicurezza interna ed internazionale. Il trapianto di regole e modelli, quando condotto senza curarsi di possibili rigetti, è allora finalizzato essenzialmente a dimostrare che ‘qualcosa’ è stato fatto e può essere misurato secondo parametri noti e familiari a chi, nell’operazione, ha investito ingenti risorse economiche. Occorre allora in primo luogo chiedersi se sia davvero possibile misurare il diritto in un post-conflict country? Quali strumenti utilizzare? Da quale prospettiva muovere? Un contesto giuridico pluralista e informale come quello afgano richiede infatti grande attenzione e cautela sia in fase di attuazione dei programmi di ricostruzione, sia in quella della verifica dei risultati ottenuti: limitarsi a ‘contare’ il numero di leggi emanate o di edifici giudiziari ristrutturati nulla dice circa l’edificazione di un sistema giuridico legittimo ed effettivo. Al contrario, è certo che la sottovalutazione del ruolo della giustizia tradizionale, la mancata ricerca del consenso dei destinatari delle riforme proposte, la costruzione esogena dello Stato di diritto che prescinde da quanto fatto in passato sotto il duplice profilo delle forme e dei contenuti, sono tutti elementi critici che, nel viziare la legittimazione degli attori istituzionali afgani minandone la credibilità agli occhi innanzitutto dell’opinione pubblica interna, dimostrano quanto ancora resti da fare e quanto si sia lontani dall’averne compreso la necessità.

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