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Living Wills and End-of-Life Decisions: the Italian Case
SKU: 9916389004
Perriello Luca
23,99 €

Nr. Pagine:
24
Formato:
PDF
ISSN:
2421-2407

Advance directives are an exercise in self-determination which record a patient’s wishes regarding future health-care choices. In order for self-determination not to result in arbitrariness, it must be exercised, not only in a lawful manner, that is, not contrary to mandatory rules, public order, good morals, but also in a worthy manner, that is designed to exemplify positive values. The taking of one’s own life, albeit lawful—the law prohibits consensual homicide, not suicide— is contrary to human dignity; nonetheless, suicide is not perceived as warranting the sanction of the law. Euthanasia is not allowed, but any patient can refuse futile care, thereby exercising, not a right to death, but a different right—not to have her life artificially prolonged by disproportionate treatments. Hence, advance directives have a preceptive function for health personnel, in that they establish a framework for the continuance of the therapeutic relationship. They do not transfer the settlor’s rights to a beneficiary, but they convey the peculiar meaning of «subjective disposability», that is, they afford to third parties a decisionmaking power that they would not, otherwise, have. If advance directives are not a contract, but a non-economic act, then they should not be binding upon the doctor. Wishes expressed in advance must always be contextualized according to an assessment which must take into account the interval between the time the living will was signed and the moment it requires to be implemented. Full respect for advance directives implies that they cannot be implemented whenever the doctor finds a discrepancy between what was supposed by the patient and what will transpire if the directives are enforced, or whenever medicine has made such progress that, had it been foreseen or expected by the patient, it would have led to a different decision.

Le direttive anticipate costituiscono un esercizio di autodeterminazione in vista del momento in cui il paziente non sarà in grado di esprimere una volontà consapevole. L’autodeterminazione, perché non si traduca in arbitrio, non soltanto deve esercitarsi in maniera non illecita, ma deve altresí esplicarsi in un’attività meritevole di tutela. La negazione della propria esistenza, sia pur lecita – la legge non sanziona il tentativo di suicidio, ma soltanto l’omicidio del consenziente – non appare meritevole, in quanto contraria alla dignità umana. La persona non può scegliere l’eutanasia, ma può opporsi all’accanimento terapeutico, esercitando non il diritto di morire, ma il diverso diritto a che la sua vita non sia protratta artificialmente mediante trattamenti sproporzionati. Le direttive assolvono cosí una funzione precettiva nei confronti del personale sanitario, predisponendo un regolamento della relazione di cura. Gli effetti negoziali prodotti non consistono nell’attribuzione del diritto del disponente ad un soggetto antagonista, ma nel conferimento ad altri di un potere decisionale. La natura non patrimoniale delle direttive non consente, tuttavia, di affermarne la vincolatività nei confronti del medico. La volontà anticipata deve essere sempre contestualizzata alla stregua di un giudizio che non può non tener conto del lasso di tempo che interviene tra il momento dell’espressione della volontà e il momento nel quale questa va attuata. Il pieno rispetto delle direttive porterà ad una loro inattuazione quando il medico accerti la discrepanza tra quanto ipotizzato dal paziente e quanto verificatosi, nonché quando i progressi della medicina siano stati tali che, ove previsti o conosciuti, avrebbero indotto una decisione diversa.

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