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I consumatori del ghetto: cibo religiosamente orientato e mercati alimentari

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Autore:
Saporito Livia
Estratto Rivista

Comparazione e diritto civile 1/2021

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Il cibarsi è una attività profana e sacra al tempo stesso. Il cibo è non soltanto un elemento naturale atto a soddisfare una esigenza primaria dell’essere umano – l’approvvigionamento di quanto necessario per vivere o, in alcuni contesti, per sopravvivere –; ma è considerato (anche) un dono di Dio o degli dei, un atto di ringraziamento verso l’entità superiore dispensatrice di messi; ancora, è un atto di purificazione e di redenzione, che si realizza rispettando specifici rituali nella preparazione e nel consumo dei pasti. In tutte le religioni, specialmente quelle confessionali, si fa ricorso a metafore alimentari, quali «nutrimento dell’anima» e «cibo spirituale», o si utilizzano, spesso secolarizzandole, prescrizioni dietetiche. Le religioni suggeriscono al fedele molteplici comportamenti alimentari; talvolta i consigli si traducono in regole di obbligatoria osservanza. Le pratiche alimentari non attengono soltanto al foro interno, ma si concretizzano in comportamenti che, pur non essendo vincolanti per il diritto statuale, costringono quest’ultimo ad esprimere un giudizio in termini di liceità. Ciò rimanda, evidentemente, ai rapporti tra stato e confessioni religiose e al grado di protezione di cui gode la libertà religiosa in ciascun ordinamento. I sistemi giuridici europei hanno sino ad oggi sottovalutato il problema dell’adeguamento della condotta alimentare alle regole religiose nelle odierne società multiculturali, optando – diversamente da quanto è avvenuto, ad esempio, negli USA – per l’attrazione delle tipicità alimentari nell’alveo del diritto dei consumatori, il quale opera, tuttavia, un livellamento degli utenti, poiché non tiene conto delle specificità culturali sottese alla richiesta di cibo religioso: si rivolge al consumatore, appunto, e non ai «consumatori del ghetto», qui intesi nella specifica accezione di fruitori di cibo religiosamente orientato.

Eating is a profane and sacred activity at the same time. Food is not only the supply of what is necessary to live or, in some contexts, to survive; but it is considered (also) a gift from God or the gods,; an act of thanksgiving to the superior entity dispensing crops; an act of purification and redemption. Religions suggest food use patterns; sometimes the suggestions become mandatory rules. Food practices do not only concern the internal forum, but they involve the relations between the state and the religious confessions and the protection of religious freedom in each legal system. The European legal systems have up to now underestimated the problem of adapting food behavior to religious rules in today’s multicultural societies, opting - unlike what happened, for example, in the USA - for the attraction of typical food in the consumer law, which however operates a leveling of users, since it does not take into account the cultural specificities underlying the request for religious food: it is aimed at the consumer, in fact, and not at the “consumers of the ghetto”, here understood in the specific meaning of religiously oriented food users.

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