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La digitalizzazione del patrimonio culturale. Verso un «rapporto mimetico» tra software e street art

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Autore:
Ferlito Ilaria
Estratto Rivista

Comparazione e diritto civile 3/2020

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49,99 €

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La Street art – significativa pratica globale dal rilevante valore artistico, non più «vandalismo grafico», gesto degradante da osteggiare e cancellare – rappresenta sine dubio un nuovo brano della istintiva ed appassionante vicenda umana: due decenni di rabbia rivoluzionaria negli Stati Uniti hanno prodotto un’arte grande, effimera, libera, cui l’urgenza della protesta ha conferito una spontaneità e una freschezza urlate. Ciò di cui si parla è materiale ad altissimo rischio di deperimento e scomparsa, esposto com’è, per sua unicità, ogni giorno alla pioggia, al vento e all’azione dell’uomo. Se per gli autori di questa pratica artistica (e una parte consistente dei «fruitori», recte quegli abitanti di una città colpiti o interessati ai lavori) la temporaneità degli interventi è statutaria, per i fruitori del sistema dell’arte la conservazione del la-voro artistico è allo stesso modo fondamentale. Oramai campo sconfinato includente l’alto e il basso, le bombolette spray e gli stickers, gli stencil, i dipinti murali, i poster e le installazioni, l’arte urbana sembra rifiutare categoricamente il secolare rapporto artista-mecenate. I «templi delle muse» (dal termine greco mouseion) – spazi, in via declamatoria, sorti per tutelare e preservare le opere, creando collezioni uniche, facilmente accessibili, – in realtà «assurgono a luoghi in cui si concentrano le opere sottratte, frutto dello sfruttamento capitalistico» ed appaiono rispecchiare, almeno originariamente, «l’idea che le civiltà occidentali siano superiori e siano, nei fatti, le sole deputate a garantire una protezione adeguata» ad opere che, aderendo ad una terminologia contemporanea, possono ricondursi al patrimonio dell’umanità. Se è vero che la «bellezza salverà il mondo», come sosteneva pur con realistico rimpianto e nostalgia il principe Myškin di Dostoevskij, sarebbe il caso di fermarsi a riflette-re e, in nome dell’ideale isocrateo della metriotes, di agire per evitare che un pezzo di questo patrimonio possa finire vittima di imbianchini e ruspe, volgendo lo sguardo verso nuove frontiere e più ampi orizzonti. L’arte e la cultura – nell’emersione di un’inedita polarità: conservazione/effimero – potranno preservare i propri pregi e valori, rinnovandosi, id est trovando una nuova collocazione nell’era dei dispositivi smart e delle «città intelligenti» e prestandosi ad innovativi e più efficaci modelli di fruizione, che utilizzino il linguaggio di tutti, quello della tecnologia.

Street Art – a significative global practise of considerable artistic value, no longer a «vandalistic graphic», a degrading gesture to be opposed and erased – represents without a doubt a new piece of the instinctive and appassionate history of man. Two decades of a revolutionary anger in the United States has produced a great art, ephemeral, free, of which the urgency of the protest has given spontaneity to a new cry. What we are talking about is material with a very high risk of decay and disappearance, exposed as it is, by its uniqueness, every day to rain, wind and the action of man. If for the authors of this artistic practice (and a substantial part of the «users», recte those inhabitants of a city affected or interested in the works) the temporariness of the interventions is statutory, for the users of this system of art the conservation of the artistic work is in the same way fundamental. Now an unconfined campus of highs and lows, the spray paints, the stickers, the stencils, the murales, the posters and the installations, urban art seems to reject categorically the secular artistic relationship between Artist-Maecenas. The «Temples of the Muses» (from the Greek term mouseion) – spaces, in a declamatory way, there to protect and preserve the works, creat-ing a unique collection, easily accessible –, in fact places appear where the removal of this work of art is more concentrated, «fruit of a capitalist exploitation», and appears to reflect, at least originally, «the idea that the western civilizations are superior and are, in fact, the only deputies responsible for ensuring adequate protection» for works that, adhering to a contemporary terminology, can be traced back to the heritage of man. If it is true that «beauty will save the world», as claimed with realistic regret and nostalgia by Prince Myškin of Dostoevskij, it would be the case to stop and reflect and, in the name of Isocrate’s ideals of the metriotes, take action to avoid a piece of this heritage becoming the victim of painters and bulldozers, looking towards new frontiers and larger horizons. Art and culture – in the emersion of a new polarity: conservation/ephemerality – will be able to preserve their merits and values, renewing themselves, id est finding a new collocation in an age of smart devices and «intelligent cities» and lending themselves to innovate more effective models of fruition, which uses a common language, that of technology.

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