A partire dalla seconda metà del II sec. d.C. i condannati alle pene
capitali – vivi crematio, crux, ad gladium, ad furcam, ad bestias,
in ludum venatorium, ad metalla e in opus metalli – sono tutti
egualmente designati nelle fonti giuridiche come servi poenae, ‘schiavi
della pena’, e all’uniformità del nome si collega uno statuto giuridico
unitario. Destinati all’eliminazione, dal momento in cui è pronunciata
la condanna, per tutto l’intervallo che li separa dalla morte, sono privati
di ogni diritto e in questo lasso di tempo l’impero si appropria delle loro
persone, rendendo le loro esecuzioni oggetto di spettacolo (damnatio
ad bestias o in ludum) o sfruttando su larga scala la loro forza lavoro
(damnatio ad metalla). Questa peculiare forma di assoggettamento che,
pur avendo tratti in comune con la schiavitù antica, se ne distingue
per la maggiore durezza e il carattere irreversibile, non sembra essersi
costituita con un unico provvedimento, ma attraverso una serie
di successivi e non sempre coerenti interventi imperiali che hanno riunito
sotto un unico capitolo una molteplicità di condanne dagli esiti differenti.
Lo studio analizza le ipotesi circa la nascita dell’istituto, le conseguenze
civili del giudicato e le confusioni di regime che si davano nella pratica,
rispetto alle quali è ancora possibile leggere nelle fonti l’imbarazzo
e lo sforzo di armonizzazione della cancelleria imperiale.
L'AUTORE
Aglaia McClintock è ricercatrice di diritto romano e diritti dell’antichità presso l’Università del Sannio di Benevento, dove insegna «Istituzioni e storia del diritto romano». Fa parte della redazione della rivista Index. International Survey of Roman Law. Dal 2004 è ricercatrice invitata presso il Max_Planck_Institut für europäische Rechtsgeschichte di Francoforte. Suoi temi di ricerca sono la condizione femminile e il diritto criminale. |